Il Comune di Capovalle è composto da tre frazioni:Zumiè, Vico, e Viè. Posto fra i bacini del lago d'Idro e Garda, al confine con la Valvestino, Capovalle ebbe fin d'epoca remota la naturale funzione di incrocio delle vie montane. Il comune è composto dalle tre contrade di Zumiè, Vico, Viè. Di probabile origine retica sarebbe il termine Zumiè (da zum = recinto abitato) mentre le voci di Vico e Viè sembrano risalire all'epoca romana: Vico da vicus = villaggio e Viè da viae = incrocio stradale. Le stesse etimologie dei nomi delle contrade confermano che Capovalle svolgeva un ruolo molto importante nelle comunicazioni tra Valle Sabbia, Riviera del Garda e Trentino.
Quasi impossibile determinare in quale epoca della storia l'uomo abbia fatto la sua comparsa in questo territorio. Tant'è che fra i Capovalle si ricorre spesso il detto: "Capovalle è un paese senza storia!". E questo è da attribuire al fatto che mancano documenti e fatti probatori atti a stabilire l'epoca di riferimento. In alcuni documenti relativi ad avvenimenti storici nazionali ed europei e su alcune carte topografiche del XV° e XVI° secolo, "Hano" viene indicato come paesaggio più o meno obbligato per gli spostamenti tra la Valle Sabbia il Garda ed il Trentino, attribuendo allo stesso l'appellativo di "Passo". Quanto sopra risultava avvalorato dal fatto che le truppe in trasferimento preferivano percorrere i nostri valici, riuscendo ad eludere la sorveglianza delle vie di maggior comunicazione onde evitare scontri armati. In tali avvenimenti il piccolo ed indifeso villaggio diveniva facile preda per i saccheggi delle milizie, cui spesso si aggiungevano le razzie poste in atto dagli abitanti dei paesi vicini. La posizione geografica, il conseguente isolamento, il mancato sviluppo e quanto sopra indicato possono essere i motivi fondamentali della quasi assoluta mancanza di documenti e reperti atti a ricostruire l'origine più antica.
I primi documenti che parlano con certezza di un villaggio chiamato Hano, risalgono per quanto ne sappiamo al 13 novembre 1200 e riguardano le decime di Vobarno (tasse che si pagavano anche in natura). Vi si legge una frase in latino medievale che tradotta dice più o meno così:
"quelli di Vestino pagano uno/una sola trave e la trascinano fino al ponte e la posano sul sito di confine... e quelli di Hano trascinano quella e l'altra fino al ponte".
In questo secolo, probabilmente, gli abitanti di Hano costruirono dei tunnel sotterranei che consentivano di raggiungere le abitazioni vicine senza uscire di casa. Ancor oggi in paese, gli anziani ricordano con precisione di aver percorso i detti tunnel durante i loro giochi d'infanzia. Oggi questi sono quasi completamente distrutti, ne rimane qualche spezzone che riaffiora ogni tanto in qualche stalla o cantina durante i lavori di restauro.
Nel 1337 Azzone Visconti occupò Brescia: iniziò così la signoria Viscontea. Nel 1354 la Valsabbia venne lasciata in eredità a Bernabò Visconti. Il territorio fu diviso in quadre. Hano venne invece nella comunità della riviera del Garda, insieme con Idro, Treviso Bresciano, Provaglio, Sabbio, Vobarno, Degagna e Volciano. Ogni quadra aveva uno statuto proprio coordinato da quello dell'intera comunità.
Nel 1440 dopo vari screzi manifestati dalla gente bresciana nei confronti dei visconti, la Serenissima Repubblica di Venezia, conquistò la Vallesabbia, che entrò quindi a farne parte. Anche Venezia divise il territorio in quadre; Hano entrò a far parte della quadra di montagna. Furono decenni di ripresa economica per gli abitanti del paese. Venezia concesse parecchi benefici: "Esenzioni di pagamento dei dazi sui commerci, dall'obbligo di alloggiare milizie, sale gratuito ed altro".
Nel 1526 transitò in Italia Giorgio Frundsberg, un tedesco alla guida di 14.000 soldati con intenzioni bellicose nei confronti della Chiesa; era diretto a Roma con l'intenzione di eliminare il Papa. Il 16 novembre attraversò il monte Calva giunse a Stino, e quindi ad Hano, dove alla sera fece sosta. Al mattino successivo dopo aver distrutto Hano ripartì per Treviso Bresciano.
Il dominio Veneziano durò fino al 1797 quando Napoleone conquistò l'Italia e formò la Repubblica Cisalpina. Hano divenne allora frazione di Idro. Dopo la sconfitta di Waterloo ed il Congresso fu annessa all'Impero Austro-Ungarico, fino a quando Garibaldi con i suoi cacciatori delle Alpi sconfisse le truppe imperiali. Dopo questi fatti in base agli accordi tra Austria ed Italia circa i confini, la Valvestino avrebbe dovuto essere annessa all'Italia in quanto essa risultava separata dal Trentino da montagne che sfiorano i 2000 metri di quota, e molto più vicina alla terra Bresciana; sennonché i parroci della valle convinsero gli abitanti a chiedere alle rispettive autorità di rimanere austriaci, (probabilmente in seguito al fatto che i sacerdoti erano di nomina austriaca).
Ascoltando gli anziani parlare tra di loro, è frequente sentirli confrontare i nostri giorni con gli anni della loro gioventù, e sentire frasi del tipo "Com'è cambiato il mondo". Mai come nell'attuale secolo si è visto mutare radicalmente il sistema di vita, e di conseguenza l'ambiente in cui l'uomo vive ed opera tutti i giorni. Confrontando l'attuale paesaggio con quello di due cartoline di fine 800 che ritraggono Hano, si nota una notevole differenza. Le montagne sono quasi completamente spoglie di vegetazione, i boschi attuali erano prati e pascoli da cui i nostri Avi ricavavano quanto era loro indispensabile per vivere. Quasi ogni famiglia, anche la più povera, possedeva una casa con annessi fienile, stalla cortile e orto. Le montagne erano piene di gente e animali. per una buona parte dell'anno le cascine erano tutte abitate, si usava condurvi i bovini per consumare direttamente sul posto il foraggio accumulato d'estate. nel tardo autunno, freddo e neve trovavano i montanari rifugiati in paese. Ognuno si sforzava di essere autosufficiente e si cimentava in qualsiasi mestiere. Non esistevano, o quasi, operai che avessero un lavoro fisso. Chi non viveva della propria agricoltura emigrava in primavera come carbonaio o boscaiolo, ed al ritorno in autunno si dedicava alle attività casuali giornaliere come aiutanti a chi ne abbisognava al momento. Le famiglie erano numerosissime, le contrade brulicavano di bambini e ragazzi. Nelle sere invernali giovani, vecchi e bambini si riunivano nelle tiepide stalle alla luce di un Lumino ad olio o di una lampada a petrolio. Le donne rattoppavano i poveri indumenti, lavoravano a maglia o filavano la lana (forse da qui il nome "filò" che significa ritrovarsi di sera nella stalla). Gli uomini erano impegnati in qualche attività manuale, molti lavoravano il legno per ricavarne suppellettili e attrezzi da lavoro, ciotole, mestoli, stampi per il burro "Fasere" per le forme di formaggio, cariole, rastrelli ecc. Persino zoccoli e "sgarmere" (scarpe con suola di legno e la tomaia di cuoio) i più giovani passavano il tempo giocando a carte, era molto apprezzato il gioco del "Cucù". Appena il tiepido sole riscaldava la terra e la natura assumeva i colori primaverili, era il momento di uscire dalle rustiche contrade e ricominciare le attività agricole, frutto ed espressione di un antico sapere che da secoli l'uomo si tramandava di generazione in generazione. Le montagne si riempivano di gente e di animali, erano quelle montagne che permettevano a tutti di vivere. Il rispetto della natura, la pulizia dei boschi, dei sentieri e dei prati erano premesse di vita. I materiali venivano quindi trasportati con le "Tröse" trainate dai muli o cavalli, fino al 1914 ad Hano non esistevano carri a causa della mancanza di una strada, attraverso cui avrebbero potuto giungervi.
Giungiamo così al 1907, anno in cui Hano prese il nome di Capovalle, per motivi che tutti comprendiamo. Il Consiglio Comunale, presieduto dall'allora sindaco Lombardi Pietro, dopo aver ascoltato il parere dei concittadini, decise di chiedere l'autorizzazione al cambio di nome. Il 20 novembre una lettera della prefettura comunica che la proposta è stata accettata: Hano si chiamerà d'ora in avanti Capovalle.
Nel 1914 l'attentato a Sarajevo in cui muore l'arciduca Ferdinando, è la scintilla che fa scoppiare la Prima Guerra Mondiale. Capovalle è ancora paese di confine con l'Impero Austro Ungarico: tale posizione rende necessaria la presenza di numerose caserme . I militari italiani, dopo molti combattimenti, occuparono la Valvestino. Il 20 dicembre 1920 Capovalle vede transitare il Re VITTORIO EMANUELE 3° che raggiunse poi Bondone e Storo attraverso la Valvestino. Finalmente il 26 settembre 1920, dopo la fine della guerra, il Trentino viene assegnato all'Italia. Non c'è più il confine, la caserma della finanza viene eliminata, così pure il 1925 quella dei carabinieri, successivamente vengono vendute a privati.
Durante i primi decenni del secolo, Capovalle inizia a cambiare completamente la sua immagine, da paesino sperduto tra le montagne ma importante (in quanto paese di confine), a paese non più di confine ma forte di una nuova strada, e di una modesta rete di strade mulattiere. Nel 1911 supera seppur di poco i mille abitanti. Essi vedono nascere nuovi edifici e parecchie importanti opere di interesse pubblico, prima fra tutte la costituzione di una società idroelettrica nel 1923.
Oggi a poco più di mezzo secolo dalla fine della più disastrosa delle guerre che hanno coinvolto l'umanità, è ancora viva nel ricordo degli anziani la sofferenza di quegli anni. I giovani furono chiamati alle armi, molti furono i caduti ed i dispersi. Chi non partecipò effettivamente alla guerra subì comunque in qualche modo l'evolversi dei fatti. La popolazione aiutò i gruppi partigiani, fiancheggiò in qualche modo le loro azioni contribuendo al successo finale. Come alla fine di ogni guerra, i superstiti tornarono e a fatica tentarono di iniziare la vita di sempre. Su di un ingiallito foglio di quaderno ritrovato recentemente, datato 1946 si legge:
"siamo nella miseria più nera, appena usciti da cinque anni di guerra, non si può far niente, passaporti per l'estero chiusi e otto mesi fa l'invenzione della bomba atomica ha messo fine alla tremenda guerra".
Ma a Capovalle il tempo non passa di certo inerte. Negli anni 60/70, dopo la costruzione della nuova strada e di una nuova linea elettrica,vi è una rinascita economica. Purtroppo negli anni 80 l’emigrazione torna a colpire negativamente sulla densità della popolazione. Molti giovani sono stati costretti a trasferirsi in cerca di un’occupazione. Non si conoscono con esattezza le cause di questo fenomeno, che perdura dal secolo scorso; è però un dato di fatto l’esistenza di un profondo squilibrio demografico - economico.
Il nome di questo Comune indica che è naturale punto di congiungimento della Vallesabbia con la Valvestino e l’Alto Garda Bresciano.